Un indimenticabile viaggio di 70 giorni tra l’Islanda e le isole Fær Øer

E’ passato qualche anno da quel viaggio infinito tra l’Islanda, le isole Fær Øer e poi giù, passando dalla Scandinavia fino alla Spagna. Ma solo oggi, in un freddo weekend di dicembre mi sono messo a scannerizzare un po’ di quelle meravigliose foto scattate con la vecchia reflex per raccontare di quella splendida avventura.

Era una calda estate ( non così calda in Islanda ) del 2004 e mi avventurai in un lungo viaggio in giro per l’Europa senza ritorno ( nel senso che alla fine rimasi a vivere più di un anno in Irlanda).
Con me, almeno i primi giorni, c’era un compagno di viaggio, Matteo, col quale condivisi il primo giro della Ring Road Islandese in autobus.
Passammo la prima notte dentro le nostre scomode e fredde tende a bordo pista nell’Aeroporto di Keflavik, dopo essere atterrati in tarda serata.

Nei ricordi lontani ancora ho in mente un pescatore di Keflavik che ci raccontava della sua barca e di Baldur, una divinità della mitologia norrena.
Ci saremo portati il ricordo di entrambe per giorni e giorni.
Almeno fino al nostro arrivo a Höfn, il giorno della mitica partita di calcio

Ragazzini giocano a calcio in Islanda
Höfn, Iceland: La partita

Höfn fu il primo chiaro esempio del contrasto tra l’apparente desolazione dei paesini islandesi e la forte vita di gruppo che lega questo popolo.
Se cammini tra le case di qualche paese islandese sembra quasi di vivere in villaggi deserti ma, spesso capita di ritrovarti tra piccole feste e luoghi dove la gente si raccoglie o si incontra.
Nonostante tutto, io e Matteo fummo invitati da un gruppo di ragazzini a una partitella di calcio tra perfetti sconosciuti. E non fu l’unica occasione in cui qualcuno ci fece sudare nonostante il freddo…
Nel mio primo viaggio islandese ebbi, tra le altre cose, modo di testare una favolosa zuppa di pesce in un ristorantino di Höfn. Non chiedetemi il nome. Non potrei mai ricordare. Ricordo solo il freddo fuori e il calore della zuppa bollente.

Autobus tra la lava in Islanda
Escursione tra la lava in autobus

Nel nostro famigerato percorso tra le immense distese laviche islandesi, ricordo con chiarezza Landmannalaugar, se non altro per la difficile pronuncia in cui ci imbattemmo i primi tempi e anche per il freddo assurdo che patimmo nelle tende dopo il temporale che ci accolse tra i magnifici canyon della valle islandese affollata di turisti.
Così affollata che, quando ci venne la bella idea di affittare un bungalow per la notte, ci risposero che erano tutti prenotati da marzo! ( organizzatevi di conseguenza)

Jeep attraversa un fiume in Islanda
Landmannalaugar, Islanda: una jeep attraversa un fiumicciattolo

Altrettanto frustrante ma un po’ meno spettacolare dal punto di vista paesaggistico fu, qualche giorno dopo, la notte passata a Husavik. Io e Matteo partimmo per la solita passeggiata in giro per il villaggio ma, al nostro ritorno, trovammo la mia tenda completamente distrutta. Non so come fosse potuto accadere. Forse qualche ragazzino giocando a calcio. Fatto sta che io e Matteo ci stringemmo per un paio di notti nella sua tenda e, dopo un degno funerale vichingo alla mia, ci aggirammo tra le roulottes del campeggio libero di Husavik in cerca della verità.

Paesaggio islandese
Il suggestivo paesaggio islandese

A questo punto ci restavano poche tappe in comune. Saremmo passati da Dalvik, poi avremmo fatto ritorno ad Akureyri, la seconda città per importanza islandese, dove avrei ricomprato una tenda nuova. Da lì io avrei ripercorso in solitaria il giro dell’isola, mentre Matteo si sarebbe imbarcato per un volo da Keflavik in direzione Norvegia.

Dalvik ci accolse con il solito campeggio deserto gratuito e la partitella di calcio infangata coi ragazzini locali. Proticamente un campo di calcio con spogliatoi adattati a bagno pubblico in cui c’era solamente la tenda di Matteo, qualche ragazzino che giocava a calcio ( con noi) e la solita pioggerellina estiva.
Un freddo assurdo non ci abbandonò nemmeno dentro le docce, ma si dimenticò di noi quando, la sera, passando davanti a una palestra del villaggio, incontrammo un gruppo di ragazzi intenti a partecipare ad una festa privata.
Matteo aveva tanti difetti, ma il fatto che riuscisse a conoscere chiunque e in qualunque posto non mi dispiaceva affatto.
Girava addirittura voce , che fosse uno dei pochi che avesse veramente fatto sesso sull leggendaria “trombonave”, una delle navi della Viking line sommersa di leggende e dicerie che attraversa i mari del Nord.
Ma non mi ha mai raccontato nulla a riguardo. E io non gli ho chiesto nulla. Preferivo che il mito di gioventù restasse tale.

Comunque…camminavamo per Dalvik e Matteo si fermò a parlare con questo gruppo di ragazzi fuori dalla palestra. Fece di tutto per entrare ma, si sa, per gli islandesi una festa privata è privata. No si sgarra. Tuttavia ci portarono fuori bevande e cose da mangiare restando a parlare con noi tutta la sera.
Il giorno dopo incontrammo alcuni di loro in giro…e l’accoglienza fu quasi migliore che la sera prima.
Dicono che gli islandesi siano come i loro vulcani: freddi e ghiacciati fuori, ma caldi e “focosi” dentro. A Dalvik ebbi davvero la prova di questo lato del loro carattere.

La finale

top view photo of soccer field during day
Photo by Tom Fisk on Pexels.com

Di ritorno da Akureyri con la mia tenda nuovissima e ultramoderna, io e Matteo ci preparavamo a passare l’ultimo giorno insieme. Era un freddo giorno di luglio del 2004 e la Grecia si apprestava ad affrontare con pochissime speranze di vittoria il più blasonato Portogallo nella finale degli Europei di Calcio.
Matteo mi costrinse a prender posto in un affollatissimo pub di Selfoss, dove avremmo assistito alla probabile vittoria del Portogallo.
Infatti la Grecia si portò a casa un’inspiegabile vittoria e noi una quantità esagerata di cibo e birra islandese sufficienti a far arrivare il 90′.

In solitaria

autoritratto
Vik, Islanda: Io con la tenda nuova davanti a una casetta di legno islandese

Lasciai Selfoss un paio di giorni dopo sotto una pioggia gelida. Ero solo e corioso di scoprire nuovi angoli dell’Islanda. A Vik tornai nel solito campeggio e nella stessa casetta di legno in cui ero stato qualche anno prima.
La tenda era inzuppata di pioggia e pesava parecchio sulla mia schiena provata da queste prime settimane di viaggio.
Così decisi per un tetto più solido in attesa che la tenda si asciugasse.
Se durante il primo viaggio ero stato così fortunato da trovare la casetta tutta per me, questa volta la condivisi con una famigliola tedesca composta da madre, padre e due figlie.
Inutile dire che passai la notte in uno dei due letti matrimoniali col padre, mentre un po’ tutti smaltivamo la torta di compleanno di una delle due figlie, alla quale cantarono allegre canzoni in tedesco per tutta la sera.

Ripartito da Vik feci tappa di nuovo ad Akureyri, dove volevo imbarcarmi per l’Isola di Grimsey, l’unico punto dell’Islanda da cui passa il circolo polare artico.
Ho sempre avuto un debole per Akureyri: una bambina piccolissima di una bellezza straordinaria una volta mi si avvicinò e mi allungò la mano.
Poi la aprì e mi diede un sassolino nero.
Le chiesi cosa fosse e con un inglese perfetto pari a quello di una studentessa universitaria mi spiegò che si trattava di un pezzetto di lava islandese e che voleva regalarmelo.
E’ proprio vero! Il calore degli islandesi è pari a quello dei loro vulcani. Anche quando la lava si è già raffreddatta e indurita, evidentemente

Gli stercorari

stercoraro
Image by Eduardo Ruiz from Pixabay

Grimsey fu una bella sorpresa e una perfetta meta per una gita di un giorno. Un piccolo porticciolo una chiesetta coloratissima ( dentro e fuori) rendono particolare questa piccola isola un po’ fuori dal mondo.
Tuttavia Grimsey fu anche il secondo posto in cui mi ambattei nei famigerati stercorari, aggressivissimi uccelli artici, abituati ad attaccare dall’alto chiunque osi avvicinarsi al loro territorio.
Sia al Jokulsarlon che a Grimsey vi verranno dati bastoni lunghi un metro o più che servono a tenere lontani gli stercorari che “volano” sopra di voi.
La stessa cosa però non accadde quando arrivai a Bolungarvik, tra i fiordi dello Westfjordur.
A Bolungarvik fui attaccato da un gruppo piuttosto “aggressivo” di stercorari e, quando ormai la mia sottile felpa stava andando in brandelli, arrivò in mio soccorso una famigliola con un SUV.
Mi vidi spalancare le portiere di dietro e sentii urlare: ” entra, forza!”
Ma sui sedili posteriori c’erano due bambini piccolissimi e biondissimi che avevo paura di schiacciare entrando.
Alla fine la paura prevalse, saltai dentro e quel SUV scuro e mi misi in salvo.

Museo marittimo di Osvar, Bolungarvik
Bolungarvik,Islanda: Museo marittimo di Osvor

Il tempo intanto trascorreva e agosto si avvicinava con l’imminente fine dell’estate ( che in Islanda coincide con la metà di questo mese più o meno).
Una volta esplorato lo Westfjordur e visitata Ísafjörður, sarei tornato verso sud dove sarei rimasto tra i villaggi meno noti dell’isola.
Rimasi una notte a Blönduós ad ammirare la piccola chiesa colorarsi di arancione al calar della sera e l’indomani presi un furgone postale guidato da un simpatico signore islandese che non parlava una parola di inglese.
La mia destinazione era Sauðárkrókur e mi sarei fermato qui una notte.
Sarebbe stata l’ultima in tenda.
Io e il conducente del postale cercammo di comunicare e di capirci in qualche modo per tutto il viaggio finchè, a pochi minuti da Sauðárkrókur lui mi fece capire con ampi gesti e qualche parola, che avremmo dovuto accordarci per l’orario e il luogo di partenza del giorno dopo.
Il suo era l’unico mezzo semi-turistico che viaggiava da e per quel villaggio e, se non fossi partito con lui, avrei rischiato di passare il resto della mia vita in una piccola tenda “parcheggiata” in mezzo a un prato.

Sauðárkrókur, Islanda
Sauðárkrókur, Islanda: la mia tenda sotto il sole islandese

Entrati in paese l’intrepido conducente del furgone si mise così a cercare suo nipote che, mi fece capire, parlava benissimo inglese.
Un ragazzo biondo, alto e molto sicuro di sè, infilò la testa dal finestrino e con poche parole mi disse che avrei dovuto aspettare suo zio il giorno dopo alle 10.00 del mattino nello stesso punto in cui mi stava lasciando. Cioè in un punto approssimativo davanti al campeggio libero di Sauðárkrókur.

La mia penultima tappa era il minuscolo e impronunciabile villaggio di Kirkjubæjarklaustur ( se lo ripetete parecchie volte poi vi entra in testa), dove mi aspettava un’escursione per Þórsmörk.
Fu la più piovosa, bagnata, torrenziale e allagata escursione della mia vita. Ma vidi cose che solo in Islanda e in nessun altro paese al mondo avrei potuto vedere!

Þórsmörk, Islanda: un autobus 4x4  attraversa un fiume in piena
Þórsmörk, Islanda: un autobus 4×4 attraversa un fiume in piena

Un consiglio: se non siete islandesi evitate accuratamente di addentrarvi in zone troppo “inguidabili” solo perchè vi sentite forti della vostra super Jeep. Non fosse stato per un vecchio autobus 4×4 islandese ( si! quello della foto sopra), ora sarei qui a raccontare di una jeep trascinata via dal fiume, piuttosto che di un coraggioso autista islandese che ha trainato fuori dal fiume in piena un gruppo di turisti terrorizzati!

Bagnato ma felice potevo andare verso Seyðisfjörður, il colorato villaggio dove ha sede il porto islandese di attracco della Norröna.
Se non la conoscete è la nave, o meglio, l’enorme edificio multipiano, che viaggia tra la Danimarca, le Isole Faer Oer e l’Islanda.
Rimasi a dormire una notte in una scuola del villaggio e l’indomani mi imbarcai per le Faer Oer.
L’islanda ha così tanti turisti in rapporto alle strutture ricettive che, in altissima stagione, alcune scuole vengono utilizzate per accogliere i viaggiatori.
Quella sera, arrivai quando il villaggio era ormai sonnolento e deserto.
Il distributore automatico del benzinaio locale era l’unico che aveva ancora qualcosa da mangiare.
Presi uno snack con le ultime monete e mi incamminai tra le case del villaggio.
Passato qualche minuto si fermò un’auto e la conducente mi chiese se volevo un passaggio. Non posso nascondere che, fosse capitata la ragazza dei miei sogni, sarei rimasto a vivere anche al Polo Nord ma, dopo una breve conversazione e qlc tentativo di parlare con le poche parole di islandese che avevo imparato in questi 60 giorni, arrivammo davanti alla scuola.
Ringraziai, scesi dall’auto e capii ( ancora una volta)che quel viaggio doveva continuare.
A partire dal folle gruppo di italiani che arrivarono a notte fonda offrendomi ogni ben di Dio da mangiare…


Le isole Fær Øer

Torshavn
Torshavn

Sebbene fossimo ormai alle porte di settembre, i giorni che passai alle isole Fær Øer furono l’anticamera dell’estate. Una fase di alta pressione con giornate splendide e calde ( per la zona sia chiaro!) invasero le isolette in quei giorni.
Avevo prenotato un letto in ostello a Torshavn, la minuscola ma affascinante capitale faerorese ed ero rimasto senza soldi prima ancora di scendere dalla nave.
La mia vecchia carta di credito non poteva prelevare in un luogo tanto remoto ( per lei) e ci misi due o tre giorni a farmi spedire qualche soldo da casa.. Mi era accaduto qualcosa di simile in Turchia e a Trujillo, un piccolissimo villaggio dell’Extremadura in Spagna.
Condividevo la camerata mista dell’ostello di Torshavn con altre 4 persone: Antonio era un ragazzo spagnolo con cui condividevo lunghe passeggiate in giro per la capitale tutte le sere e lunghe chiacchierate sulle abitudini che legavano gli italiani e gli spagnoli ( come quella di non riuscire a stare troppo chiusi in casa col bel tempo).
Poi c’era una donna americana che si offrì più volte di prestarmi i soldi per proseguire il viaggio, ma preferivo cavarmela da solo e non spargere debiti in giro per il mondo.
Infine, c’erano due ragazzi svedesi che continuavano a palesare il loro desiderio di trasferirsi in Italia…e non ho mai capito il perchè…

faro a Torshavn
faro, Torshavn

Mykines

Da quando ho iniziato a viaggiare, Mykines è sempre stata una di quelle isole leggendare che volevo visitare. Assieme a Foula nelle Shetland. Perchè avevo visto foto, letto racconti e questa lontananza da tutto mi attirava più di ogni altra cosa.
E, devo ammettere, il viaggio fin qui ne valse assolutamente la pena.

barca alle isole Faer Oer
Una barchetta sulla “rotta” per Mykines

Mykines è abitata stabilmente da una quindicina di persone e da un numero incalcolabile di uccelli marini che vengono a deporre le uova sulle scogliere dell’isola.
All’arrivo dei turisti, parte degli abitanti attendevano seduti al piccolo porticciolo, mentre alcuni uomini sistemavano i tetti in erba delle case.
Non ricordo di aver mai visto così tanta bellezza e semplicità messi assieme in nessun altro luogo.

Mylines, Faer Oer
Mykines dall’alto

Nei giorni successivi continuai ad esplorare le isole camminando tra le strade deserte o prendendo qualche piccola barca postale o turistica.
Ricordo particolarmente l’ostello di Gjógv e la gente sdraiata sotto il sole caldo di settembre ad ammirare il mare.
Nei miei ricordi di queste splendide isole ci sono le pecore che mangiano erba in ogni angolo delle isole e le migliaia di uccelli marini che volano liberi in cielo.
Un pescatore mi raccontò che a inizio dell’estate le pecore venivano portate in cima ad alcune collinette per mangiare l’erba ed evitare che crescesse troppo.
Tutti gli altri animali credo siano arrivati più o meno spontaneamente e non se ne andranno mai…

Isole Fær Øer: Oche sulla strada
Isole Fær Øer: Oche sulla strada

Conclusioni

Non ho mai più rifatto un viaggio così lungo e, potendo, rifarei questo esattamente allo stesso modo. La gente, i luoghi e il clima hanno segnato la bellezza di tutto quello che è successo in quei mesi “in movimento”.
Le foto che sono riuscito a recuperare sono solo una piccola parte di quelle che ho fatto ( due pesanti libri di vecchie stampe su carta fotografica), ma riesumare i ricordi di un tempo con la qualità di oggi non sempre è possibile.
Ma poi, diciamocelo…alcuni ricordi è bello portarseli dentro: come l’autista di un bus islandese che cantava una canzone tipica sulla strada che portava al vulcano Viti, che in islandese significa inferno (non è un nome dato a caso!), o le chiacchierate con le tante persone incontrate lungo il percorso…
Non c’è bisogno di fotografare sempre tutto…il bello resterà comunque dentro di noi…

L'ostello di Gjógv
L’ostello di Gjógv

I miei due libri preferiti sull’Islanda e le Fær Øer

  • Estremo nord, Lungo le rotte dei Vichinghi
    di Lawrence Millman

    Ho letto e riletto questo libro parecchie volte perchè si tratta di un viaggio che l’autore percorre partendo dalle Isole Shetland, poi alle Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia seguendo la rotta dei Vichinghi fino all’estremo Nord America.
    Uno dei miei libri preferiti in assoluto
  • 101 Reykjavik
    di Hallgrimur Helgason
    La storia di Hlynur è un po’ particolare. A differenza di molti suoi coetanei, il trentenne Hlynur vive ancora con la madre e fatica a prendere in mano le redini della sua vita in modo serio e maturo. La vita nella capitale Islandese è fatta per lui di serate al pub e sveglia tardi il mattino.
    Una Reykjavik insolita descritta in modo originale dalla “penna” di Hallgrimur Helgason